FORSE

Il mio nome è Lancillotto. Sono nato in un caldissimo pomeriggio di fine luglio, uno di quelli in cui il sole rende tutto immobile e statico mentre la canicola fa apparire il mondo un dipinto custodito dietro un vetro appannato. Quei giorni in cui si sale tardi dalla spiaggia con i piedi pieni di sabbia, si passano sotto un getto gelido e si infilano nelle infradito sporchi come prima. Quelli in cui, dopo un pasto leggero sotto un pergolato, ci si lascia mollemente cadere su di un lettino, coccolati dall’ombra e dallo sciacquio del mare. L’ospedale era vuoto ed erano tutti in vacanza, anche il ginecologo di mamma quindi sostituito da una ragazzina che era al suo primo parto. Perciò io non ho pianto, cioè giusto il minimo indispensabile per rassicurare i miei genitori che ero vivo e sano. Poi zitto. Che bisogno c’è di fare casino? Ho da subito amato la pace, la quiete, i toni calmi e pacati. Mio papà sussurrava mentre mi dava il benvenuto e nei suoi occhi ho imparato l’amore. L’ho già vissuto, in qualche altra vita, quindi lo riconosco facilmente. Almeno ho creduto che sarebbe stato così. Comunque l’accoglienza tenera ed ovattata, silenziosa ed un po’ onirica in questa nuova esistenza, mi ha trasmesso una grande serenità che da allora mi accompagna ed è alla base del mio carattere. Io costruisco ponti. Ho iniziato con il primo Lego, con i sassi in cortile, con le carte sul tavolo, con la sabbia in spiaggia e non ho mai smesso. Ovunque vedo la possibilità di un legame, trovo il punto che consente di arrivare all’altro, quello che aspetta sulla sponda opposta alla mia. Che sia una città, una nave, un fiume o una famiglia, tutti hanno bisogno di un collegamento per raggiungersi. Persino il perdono ed i sogni sono ponti che ognuno attraversa prima o poi nella vita. Amo il mio lavoro e amo i numeri che lo compongono: precisi, determinati, definiti ed obbedienti all’ordine, alle regole. Quando voglio trovare svago per la mente mi dedico alla filosofia, da sempre rappresenta un altro modo di scoprire e costruire connessioni. Ho un solo conto in sospeso, è una promessa bisbigliata a fior di labbra che voglio onorare.

Il mio nome è Ginevra. Sono nata in un gelido pomeriggio di fine gennaio, il cielo limpido ed un sole così lontano dalla terra,  che ti accende in cuore una tale voglia di primavera da guardare in giro come se dovesse essersi nascosta per uno strano gioco di bambini. Uno di quei giorni in cui hai voglia di stare chiuso in casa, desideri un camino che brucia legno di abete profumato ed una bella zuppa calda tra le mani. Di quelli in cui non vorresti dover tonare in ufficio ma accoccolarti sotto un caldo piumone a fare di nuovo l’amore, rimandando tutto a domani. L’ospedale era pieno: gente che correva, pazienti che arrivavano con dolori diffusi, tosse, febbre. Tutti agitati, allarmati, ansiosi e convinti che l’epidemia influenzale di quell’anno sarebbe stata la peggiore di sempre. Perciò ho pianto come una disperata. Volevo che capissero che io ero più importante di ogni cosa in quel momento, che si concentrassero sul mio arrivo e non su uno stupido raffreddore! Mio papà mi ha presa tra le braccia e posata sul petto di mamma: insieme mi hanno fatto il segno della croce sulla fronte e dato il benvenuto. Erano dolcissimi, innamorati e giovani: ho imparato subito l’amore guadandomi specchiata nei loro occhi. L’ho già vissuto in qualche altra vita, quindi lo riconosco facilmente. Almeno ho creduto che sarebbe stato così. Sono irruente, solare, ottimista e convinta che la vita sia un fantastico palcoscenico dove vanno in scena tutti i nostri sogni, dipende da noi scegliere lo sfondo più adatto. Io sono una Prof ed insegno alle persone a sognare. Mi chiamano in tutto il mondo, sono stata la prima a laurearmi in questa disciplina, si può dire che il corso sia iniziato con me: ho miscelato gli esami tra psicologia, filosofia, comunicazione, poesia, recitazione, ikigai, semantica, linguistica, filologia, elementi di nutrizione e fisiologia. Sono innamorata del mio lavoro e sono felice di costruire questi intrecci colorati, come ponti che ci portano ai nostri sogni. Qualche volta trovo svago nei numeri: la fisica e la matematica, con le loro definizioni di spazio e tempo, mi aiutano a trovare nuovi legami tra le mie parole ed i pensieri. A comprendere la grandezza dei miei sogni. Ne ho solo uno che devo ancora realizzare, mi è stato sussurrato a fior di labbra.

Ero a Dubai. Grazie all’esperienza maturata ed alle mie competenze, mi avevano scelto per la squadra di ingegneri che ha affiancato la visionaria e straordinaria Zaha Hadid nella costruzione dello scintillante Opus Hotel. Mi trovavo al suo fianco per la supervisione dei lavori del ponte asimmetrico, sospeso a 71 metri di altezza, sopra l’imponente atrio di quattro piani. Me la ricordo quella mattina. Te Dan Wang , per noi Dante, per i suoi conterranei, che ci tengono ad augurare una buona vita ai nuovi nati, uomo di ferro, era tornato dal capodanno cinese e non aveva affatto un bell’aspetto. Pallido e stanco, qualche linea di febbre. Tutti abbiamo pensato semplicemente all’influenza che, puntuale come ogni anno, si era abbattuta un po’ ovunque, causando anche disagi al nostro lavoro per alcune consegne che attendevamo da piccoli artigiani. Poi la bomba. Crisi respiratoria, deficienza cardiaca e terapia intensiva. Io avevo un forte legame con Dante e mi sono ritrovato catapultato in una realtà pazzesca di paura, incertezza, assenza di risposte, numeri impazziti e regole saltate: ho fatto silenzio nella mia mente ed ho iniziato a fare quello che mi riesce. Costruire ponti. Ho collegato i movimenti di Dante ai nostri, le persone che aveva incontrato lui e tutte quelle che erano entrate in contatto con chi lui aveva visto dal suo rientro. In breve ho realizzato un bel grafico, chiaro e completo. Giuro, sembrava un quadro. Un insieme incredibile di fili colorati che si intrecciavano a formare una trama dalla firma inconfondibile: covid19.

Ero a Dublino. Grazie all’esperienza maturata ed alle mie competenze, mi avevano messa a capo del master in pedagogia: insegnavo ai futuri docenti a trasmettere a giovani menti l’importanza e la potenza dei sogni. Mi confrontavo costantemente con il capo del progetto, Liam Walsh. Capelli rossi come il fuoco, temperamento corrispondente alla chioma e due occhi azzurri come un lago della contea di Galway, nel Connemara, giusto al confine con quella del Mayo: profondi ed inconoscibili, con guizzi di salmoni argentati sulla superficie. Me la ricordo quella sera. Ero appena rientrata da una infinita riunione del consiglio di istituto: O’connor non voleva cedere di un passo, era certo che la geografia astronomica fosse più che sufficiente per insegnare i sogni. Se esiste la luna allora tutti abbiamo un luogo da raggiungere fuori dal nostro reale. Io stavo cedendo per la stanchezza quando Colin ha iniziato ad impallidire. Ha perso enfasi ed energia. A dispetto di tutto noi eravamo amici e l’ho voluto accompagnare personalmente in ospedale. Ed ecco la bomba. Crisi respiratoria, deficienza cardiaca e terapia intensiva. Lo hanno intubato ed attaccato a tante macchine. Seduta sulla poltroncina del triage mi sono concentrata sul respiro, ho scelto un mantra ed ho iniziato a meditare un nuovo sogno, fatto di libertà, sussurri che gridano amore, legami indissolubili ed armonia. Ne emergeva però un quadro astratto. Un insieme confuso di fili colorati che si intrecciavano a formare una trama dalla firma purtroppo inconfondibile: covid19.

Continua…

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